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MILANO

Bcc divise alla riforma, fallisce il gruppo unitario Dopo l’assemblea di Federcasse, la rabbia del direttore di Busto Garolfo e Buguggiate: «La cooperazione perisce per colpa di piccoli Signorotti locali»

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La Banca d’Italia vuole accelerare la riforma del credito cooperativo italiano. Ed esorta «gli intermediari che intendono assumere il ruolo di capogruppo ne diano comunicazione entro gennaio 2017 sia alla stessa Banca d’Italia che all’intero sistema delle Bcc»; raccomanda inoltre alle singole banche di scegliere da che parte stare, «in occasione dell’approvazione del bilancio 2016» e ribadisce infine l’esigenza «di non ritardare le operazioni di concentrazione, qualora esse risultino necessarie al fine di rafforzare la stabilità dei singoli intermediari e del sistema cooperativo nel suo complesso». Una spinta da parte di Bankitalia, datata 5 gennaio, dopo che l’assemblea del 20 dicembre di Federcasse (l’Associazione delle Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali italiane) aveva definitivamente «preso atto della non praticabilità» di costruire un Gruppo Bancario Cooperativo unico a livello nazionale per le circa 360 Bcc presenti in Italia. Come ha confermato il presidente Alessandro Azzi nella sua relazione: «Non vi sono le condizioni per intraprendere una strada comune tra le due candidate capogruppo, Iccrea Banca e Cassa Centrale Banca».

Dalla riforma del Credito Cooperativo, voluta dal Governo italiano per rafforzare il sistema delle banche territoriali e adeguarsi alle nuove normative europee in materia, restano escluse il gruppo altoatesino Raiffeisen e quelle, con patrimonio superiore ai 200 milioni, che hanno avuto la possibilità di scegliere di trasformarsi in spa e quindi ballare da sole. Tutte le altre, invece, a questo punto dovranno decidere se andare con Iccrea, capogruppo voluta dal sistema Federcasse, o la trentina Cassa Centrale Banca, che con l’ingresso di ChiantiBanca (presieduta da Lorenzo Bini Smaghi) ha raggiunto quota 100 candidandosi a diventare il sesto gruppo creditizio italiano. E dopo l’assemblea del 20 dicembre le adesioni alla capogruppo di Trento, finora ristrette al Nord Est, pare stiano aumentando consentendole di arrivare alla soglia minima di 1 miliardo richiesta dalle norme.

Intanto proseguono le fusioni tra le Bcc locali, come ad esempio la più recente tra Carugate-Inzago e Sesto San Giovanni, che non sarà certamente l’ultima.

Sempre negli ultimi giorni del 2016 è arrivata una netta presa di posizione di fronte a questa battaglia interna al credito cooperativo da parte di Luca Barni, direttore della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate e da sempre nella Federazione Lombarda: «Ora che ha avuto la possibilità di riformarsi da sola per cavalcare il terzo millennio e gli tsunami della finanza mondiale, mi riesce difficile accettare - e nemmeno credere - che non sopravviva a se stessa per colpa di piccoli Signorotti locali che in questi anni si sono solo mascherati da cooperatori». E sull’assemblea di dicembre scrive le sue «amare» riflessioni: «La prima di rabbia per l’incapacità palesata nel trovare una soluzione unitaria; la seconda di assoluta rabbia perché è evidente che non si è mai voluta la soluzione unitaria». E cita due economisti, Leonardo Becchetti e Stefano Zamagni, a sostegno della sua tesi: «A dicembre, poco prima del naufragio sancito dall’assemblea di Federcasse, Becchetti scriveva su Avvenire: “Il conflitto di questi ultimi tempi tra due anime che vorrebbero dar luogo a due gruppi diversi non si giustifica in base a differenze di cultura e strategia e rischierebbe di indebolire entrambi i poli. Sarebbe pertanto auspicabile che il movimento cooperativo trovi la forza di procedere unitariamente dando opportuno spazio alle due anime che oggi si contrappongono. È interesse del mondo bancario cooperativo, ma anche del Paese e delle Istituzioni locali e nazionali che le cose vadano così». E conclude: «Quando le Bcc dei Signorotti che vogliono giocare ad essere grandi finalmente capiranno di non avere abbastanza risorse, a quali capitali si apriranno? Non certo a quelli “pazienti” auspicati dal presidente Azzi e da Confcooperative all’inizio del percorso di autoriforma, ma ai capitali esteri, consegnando in tal modo parte del Credito Cooperativo Italiano allo straniero».

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Autore:ces

Pubblicato il: 14 Gennaio 2017

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